La paura della paura. Il Disturbo di Panico

disturbo di panico

All’improvviso il cuore ha cominciato a battere forte, sudavo, avvertivo una forte angoscia, il mondo intorno a me sembrava scomparire lasciandomi sola, mi mancava l’aria, non riuscivo più a respirare, i pensieri scorrevano veloci e mi ripetevano sempre la stessa terrificante cosa: sto per morire…”

La paura di morire, la paura di impazzire, la paura della paura: l’attacco di panico.

Il Disturbo di Panico (DP) appartiene alla grande categoria dei disturbi d’ansia e costituisce uno dei disturbi psichiatrici più diffusi.

Solitamente insorge tra la tarda adolescenza e la prima età adulta ma non è insolita una presentazione anche in età più avanzata. L’incidenza è da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini.

Da cosa deriva?

Gli esseri umani, quando sottoposti ad una situazione stressante (ad esempio, sostenere un esame universitario, essere avvicinati da loschi individui, avvertire un rumore sospetto durante la notte e così via) rispondono con la cosiddetta “reazione di attacco e fuga”, una condizione nella quale si attivano una serie di reazioni a catena che culminano con il rilascio di alcune sostanze deputate a garantire la risposta più adeguata allo stimolo ricevuto.

In linea generale potremmo dire che il nostro corpo reagisce con l’obiettivo di aumentare le nostre prestazioni: aumentano, ad esempio, la frequenza del battito cardiaco, la pressione arteriosa, la glicemia e la frequenza del respiro.

Quando questi meccanismi si attivano in assenza di uno stimolo, si verifica la condizione patologica nota come attacco di panico.

In termini più scientifici, possiamo dire che nell’eziopatogenesi del DP sembrano essere coinvolti i principali sistemi neurotrasmettitoriali (noradrenergico, serotoninergico, GABAergico) e specifiche aree neurofunzionali. Le terapie farmacologiche disponibili, differenti tra loro, agiscono proprio su questi sistemi, ripristinandone il corretto funzionamento.

Oltre al coinvolgimento di fattori biologici, sarebbero interessati anche fattori genetici (molti studi suggeriscono una possibile ereditarietà del DP) e fattori psicologici nonché eventi di vita stressanti.

Cosa accade?

L’attacco di panico si verifica in assenza di un reale pericolo ed ha un esordio rapido che raggiunge il culmine in pochi minuti. Si caratterizza per la presenza di una paura intensa accompagnata da una varietà di sintomi fisici (palpitazioni, senso di oppressione toracica, vampate di calore, senso di soffocamento, dolori addominali, nausea, vertigini, cefalea, tremori, parestesie, Déjà-vu, ipersensibilità alla luce ed ai suoni, ecc).

L’attacco di panico genera paura, paura di morire, di impazzire nel culmine dell’ansia, di rivivere l’esperienza angosciante nei momenti successivi. Proprio quest’ultimo timore può portare le persone affette da DP  ad attuare comportamenti evitanti, volti a sfuggire a tutte quelle situazioni in cui si teme di poter avere un nuovo attacco di panico. Ad esempio, se il primo episodio si è presentato in un ambiente chiuso, si cercherà di evitare luoghi con questa caratteristica come cinema, supermercati o ascensori; se si è verificato in auto o su mezzi pubblici, si cercherà di evitare di risalirci. 

Le conseguenze a lungo termine di tali condotte sono evidenti: isolamento sociale, sentimenti di svalutazione e, in molti casi, anche una deflessione del tono dell’umore.

Cosa fare?

Molto spesso chi soffre di DP rivolge la propria attenzione esclusivamente ai sintomi somatici e per questo motivo sovente si reca presso il Pronto Soccorso o consulta il medico di famiglia, sollecitando visite specialistiche ed indagini cliniche (es. cardiologiche, otorinolaringoiatriche, endocrinologiche, ecc). Il mancato riconoscimento del disturbo e l’assenza di un progetto terapeutico adeguato, in molti casi conduce ad un progressivo peggioramento delle condizioni psicopatologiche ed al consolidamento delle condotte di evitamento che, come già sottolineato, possono avere notevoli ripercussioni sulla qualità della vita e sul piano socio-lavorativo.

La terapia farmacologica e un adeguato percorso psicoterapeutico individuale o di gruppo generalmente risolvono la sintomatologia in breve tempo.

Nello specifico, la terapia cognitivo-comportamentale è risultata estremamente efficace sia nella fase acuta del disturbo sia nella prevenzione delle recidive. Molto importanti sono, in particolare, due tecniche quali la ‘rieducazione del respiro’, che consente al paziente di acquisire la capacità di controllare i sintomi somatici come l’iperventilazione, la tachicardia e la contrazione muscolare, e la ‘ristrutturazione cognitiva’, che consente di modificare i pensieri erronei.

Anche la medicina naturale, in particolare la Medicina Ayurvedica, offre molte valide soluzioni; l’impiego di erbe, piante ed elementi naturali unitamente alla prescrizione di regole comportamentali e dietologiche, tramandateci dalla tradizione, danno infatti ottimi risultati per la risoluzione del DP e, in generale, per l’ottenimento di un buono stato di salute psico-fisica.


Dott.ssa Marzia Giansante

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